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Quando Buzz Aldrin mi ha detto: «Dopo la Luna non sono stato più io»

La notizia è di quelle un po’ tristi. Racconta di un uomo molto anziano che sarebbe parecchio “fuori di testa”, forse malato di Alzheimer, forse di demenza senile. Un uomo vecchio che dice di volersi risposare (per la quarta volta) con una donna che non si sa bene chi sia e intanto dilapida il patrimonio di famiglia.

Sì, è una storia un po’ triste, ce ne sono tantissime così. E questa sarebbe uguale alle altre se il protagonista non fosse Edward “Buzz” Aldrin, 88 anni, il secondo uomo ad avere messo piede sulla Luna dopo Neil Armstrong. Un mese fa i figli Andrew e Janice hanno chiesto a un giudice della Florida di essere nominati tutori legali del vecchio astronauta ricevendo in cambio una denuncia da parte del padre.

Io Buzz Aldrin l’ho incontrato, tanti tanti tanti anni fa. Ma lo ricordo bene, quasi l’avessi incrociato ieri, perché era tutto fuorché il seriosissimo astronauta-scienziato che mi ero immaginata.

Ero una bambina il 21 luglio 1969 quando, incantata davanti alla tv, avevo visto Neil Armstrong scendere la scaletta del Lem di Apollo 11 e appoggiare il piede sulla Luna («E’ un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità»).

Una manciata di minuti dopo era toccato a lui, Buzz Aldrin, che prima di entrare alla Nasa era stato ingegnere nel New Jersey e pilota della guerra di Corea: era sceso lento dal Lem, aveva taciuto qualche (lunghissimo) istante e aveva poi esclamato «Che magnifica desolazione». Molti anni dopo avrebbe commentato: «Se fossi stato io il primo a scendere, la mia vita sarebbe stata completamente diversa».

L’equipaggio di Apollo 11. Da sinistra, Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Michael Collins.

Dell’incontro con Buzz Aldrin, che ho conosciuto in Texas, ricordo lo sguardo magnetico, anche un po’ agitato, quasi fosse in allerta. Eravamo a Houston, lui era testimonial di non so più quale marca di prodotto e già girava voce della sua depressione e dei problemi di alcolismo che avrebbero dovuto spiegare ciò che – almeno secondo alcuni – Aldrin aveva iniziato a raccontare. E cioè che durante la missione di Apollo 11 l’equipaggio americano non sarebbe stato solo nello spazio: «C’era un grande oggetto che vedevamo dall’oblò a una certa distanza da noi. Era a forma di anello e si muoveva a ellissi».

Dalla Nasa si erano affrettati a spiegare che nessuno era riuscito a scoprire che cosa fosse, «ma è certo» avevano detto «che questi avvistamenti non erano rari fino dai tempi dei primi viaggi in orbita: molti equipaggi avevano incontrato oggetti strani».
Buzz però “all’oggetto” pare non abbia mai creduto. No, non oggetti spaziali ma vite aliene, e si dice sia andato ripetendolo senza stancarsi mai, alimentando voci e curiosità in ogni parte del mondo. Solo poche settimane fa, il 10 aprile, il tabloid britannico Daily Star, poi ripreso da parecchi giornali internazionali, ha riportato la notizia che il racconto di Aldrin è stato confermato da un test (una specie di macchina della verità) messo in atto dall’Institute of BioAcoustic Biology in Albany, Ohio (che ha pessime referenze, in realtà), nel corso del quale sono state analizzate anche le interviste agli astronauti Edgar Mitchell e Gordon Cooper, entrambi già defunti ma entrambi in vita convinti come Aldrin di aver incontrato “qualcuno” durante le missioni nello spazio.

Nei pochi minuti che mi erano stati concessi per fargli una domanda, gli avevo chiesto quale emozione avesse provato in quella storica missione di Apollo 11. «Ho capito quanto piccolo è l’uomo e quanto immenso sia l’universo» mi aveva risposto in modo un po’ scontato. Poi: «Quando vedi la Terra dallo spazio non sei più lo stesso». Su quello aveva ragione. Comunque sia andata davvero, dopo Apollo 11 lui non è stato più lui.

Oggi lavora ancora, a 88 anni e nonostante la malattia mentale di cui lo accusano i figli. Vuole portare l’uomo su Marte entro il 2040. «Solo così il genere umano sopravviverà all’estinzione» ha detto lo scorso anno, in Italia a un incontro pubblico. Io l’ho visto in tv, mentre ripeteva quella frase sbarrando gli occhi, lo sguardo un po’ agitato. In uno stato di allerta che chissà se supererà mai.

Aldrin a Milano
Buzz Aldrin a Milano, al Wired Next Fest, nel 2017.

 

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