Archivi categoria: Primo piano

Storia di Luisa, di un premio che la ricorda e di una città che ha rialzato la testa

Questo pezzo è stato scritto in occasione dell’edizione del premio Luisa Minazzi del 2014. Sono successe tante cose da allora, a partire dalla sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna del proprietario dell’Eternit e lasciato la città in attesa di un nuovo processo che chissà mai se porterà un po’ di giustizia. Anche per questo il premio ha un valore ancora più grande.

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I volti bui della storia e noi, che non siamo più capaci di dire no

Sabato sera è andata in onda in tv una puntata di “Ulisse” che Alberto Angela ha dedicato al viaggio senza ritorno degli ebrei catturati a Roma dalle SS il 16 ottobre 1943 e portati in treno ad Auschwitz e in altri campi di sterminio. Una trasmissione importante che Angela aveva annunciato con un tweet che diceva così: «C’è sempre il rischio che i volti bui della storia riappaiano. L’unico modo per evitarlo è conoscerla, raccontarla».

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Un crollo che non riguarda solo il viadotto di Genova

Chissà cosa ha provato quel camionista che ha fermato il suo tir a un paio di metri, forse meno, dal vuoto. Da quel salto nel nulla che, dopo il crollo del viadotto Morandi a Genova, sulla A10, ha inghiottito tir, camion e auto. Chissà com’è essere parte di una lotteria che ti salva la vita per un secondo o due.

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La legge sul biotestamento c’è e io voglio raccontarvi una storia

Quando con Marina chiacchieravo al telefono, raccontandole ansie e preoccupazioni e incazzature, lei rideva. E poi partiva con le sue, “lamentazioni” le chiamava. La fatica di vivere a Roma e avere il fidanzato in Piemonte, il sogno di lavorare a Milano per essere più vicina a lui, la passione per un incarico difficile ma che le riempiva la vita.

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Oggi sono stata ad Auschwitz

Ewa è una ragazza polacca bionda e sottile, ha una sciarpa leggera al collo e lì ha agganciato un microfono che permetterà a noi che la seguiamo di non perdere neppure una delle sue parole.

Ewa è la guida che accompagna me e un altro piccolo gruppo di italiani a visitare i campi di Auschwitz e Birkenau, poco più di 50 chilometri da Cracovia, dove almeno una volta nella vita bisogna andare.

E’ un dovere essere qui, dovrebbero venirci tutti, io ho aspettato troppi anni mi dico mentre entro. Quando passo sotto la scritta “Arbeit macht frei” sento fortissima la tentazione di girarmi e tornare indietro. E’ brutto dirlo ma vorrei proprio andarmene.

Invece vado avanti.

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