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L’intervista a Giovanni Cappa, malato di mesotelioma

Questo è un articolo che racconta un altro articolo. Un’intervista firmata da Alberto Marello sul magazine de Il Monferrato, il giornale di Casale Monferrato, a Giovanni Cappa, vice presidente di Afeva, l’associazione famigliari vittime dell’amianto.

Giovanni è malato di mesotelioma.

Se ve ne parlo è perché è un pezzo che da solo spiega, a chi ancora non lo sapesse, quale può essere la storia di chi vive in una città che continua a pagare le conseguenze della lavorazione dell’amianto da parte dell’Eternit.

Dopo aver letto la prima domanda («Cosa ha pensato quando le hanno diagnosticato il mesotelioma?
») ero convinta di trovarmi di fronte a un’intervista solo tragica e solo dolorosa. E ho avuto un po’ paura, quella con cui deve per forza convivere chi è nato a Casale.

Invece mi sono trovata di fronte una testimonianza coraggiosa e ruvida, incazzata e lucida e in qualche passo persino ottimista.

Giovanni Cappa risponde senza usare sottintesi, metafore, frasi spezzate che sono quelli a cui invece si ricorre spesso quando c’è di mezzo un male che non lascia scampo.

Cosa ha pensato quando le hanno diagnosticato il mesotelioma?
 È una domanda sì, ma non solo. È anche un mezzo pensiero che ci portiamo dentro tutti: cosa proverei se toccasse a me?

Per quel che mi riguarda, mai ho trovato una parola che potesse assomigliare a una risposta sensata. Giovanni Cappa, a cui quel male è toccato davvero, le parole le trova: «Questa merda che mi era caduta addosso non doveva cambiare nulla. Non volevo – e non voglio tuttora – sentirmi vittima. Le vittime sono altre, sono quelle che vengono bombardate o quelle che muoiono in mezzo al mare scappando dalle guerre».

Io leggo e penso invece che Casale la sua guerra contro l’amianto la stia combattendo, bombe comprese. «Bombe che volano e non si sa chi possano colpire»: lo diceva Luisa Minazzi, morta nel 2010 a 58 anni per mesotelioma, a cui è stato intitolato il premio “Ambientalista dell’anno”. Luisa aveva deciso di raccontare la sua storia e la storia di Casale sui giornali e in tv, «perché il mesotelioma è un male che sta nell’anima dei casalesi; io, invece, voglio che prevalga la speranza, perché tutti si pretenda di più dalla ricerca per una cura risolutiva».

Lo stesso fa Giovanni Cappa. Che nell’intervista al magazine de Il Monferrato dice: «Credo che parlare di mesotelioma sia molto utile a tutti noi. Parlarne con chi ne è colpito, ancora di più. Una volta dicevano “a là ‘n brut mal”, come se fosse una vergogna essere stati colpiti da un tumore. Io non mi vergogno».

Mi sembra quasi di vederlo, Giovanni, mentre chiede di non essere commiserato. Lui è arrabbiato, questo sì. «Provo un senso di rabbia verso quelle industrie che con consapevolezza fanno scelte scellerate dettate dai profitti. Un pensiero che mi fa incazzare ben più della malattia in sé».

L’intervista a Giovanni Cappa è il primo articolo, tra i tantissimi che ho letto su Casale e l’Eternit e il mesotelioma, che alla fine non mi ha fatto sentire male. Non so dirvi il perché. Forse per la consapevolezza e il coraggio e la lucidità che esprime. Forse per la speranza positiva e concreta che emerge tra le righe, quando Cappa dice: «Tutto ciò che abbiamo passato qui in Monferrato è servito a qualcosa. La sensibilizzazione è servita e avrà conseguenze positive in futuro per la formazione delle nuove coscienze. Io ho una vita meravigliosa ancora tutta da vivere. So che sto andando verso la fine, ma tutti andiamo in quella direzione. Semplicemente io sarò un po’ più veloce degli altri».

È una testimonianza straordinaria. E raccontarla qui oggi ha fatto sentire più forte anche me.

 

grazie a Pierluigi Buscaiolo, direttore de Il Monferrato, e ad Alberto Marello per avermi permesso di riportare stralci dell’intervista.

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