massimo d'alema

Ho intervistato l’uomo nero (e sono diventata un uomo nero anch’io)

Un paio di mesi fa Il Manifesto ha dedicato a Massimo D’Alema un articolo intitolato “L’uomo nero”. Iniziava così: «Il cattivo delle favole è un personaggio chiave: muove la trama, incarna le prove della vita…».

La settimana scorsa a Casale Monferrato ho intervistato l’uomo nero. E sono diventata un uomo nero anch’io.

massimo d'alema casale
L’intervista a Massimo D’Alema il 15 gennaio a Casale Monferrato

 

Io adoro i cattivi delle fiabe, mi stanno proprio simpatici.

Fanno tutti una fine orribile, come forse è giusto che sia, ma tifo sempre per loro. Forse perché sono un po’ pecora nera anch’io.

Così di quello che è successo rido, davvero.

Però mi fa anche un po’ pensare: non avevo ancora incontrato D’Alema e già ricevevo messaggi – a volte pubblici molto più spesso privati – al limite dello “sputazzo”, termine gentile perché oggi è domenica e sono di buon umore.

Mi hanno detto (abbastanza) di tutto: c’è anche chi ha tirato in ballo i miei parenti (di origini democristiane, che non è colpa né merito) che avrei fatto inorridire; e c’è chi addirittura mi ha scritto che la Pisola, gatta amatissima, mi avrebbe disconosciuta (e questo sarebbe stato davvero insopportabile).

Insomma, per i tanti che detestano D’Alema, intervistarlo è stato il mio peccato mortale.

D’Alema è un uomo da sempre divisivo, ora più che mai detestato a partire dai renziani di quel Pd che ha lasciato per Liberi e Uguali. Credo che il suo non riuscire a entrare in sintonia con le persone l’abbia parecchio danneggiato, perché ha una bella testa, una bella cultura e a volte dice cose che varrebbe la pena di ascoltare. Anche solo per criticare.

E’ uno di quelli che si ama o si odia. E va bene così.

Va un filo meno bene tirare al bersaglio del giornalista che gli fa delle domande. Anche se riconosco con tristezza che è ormai pensiero comune che chi intervista il politico sia di fatto il suo lacchè, altro termine gentile che questa volta sta per il più brutale servo.

Del resto, è comprensibile. Basta accendere la tv, seguire i talk show e ascoltare alcuni tra i  giornalisti per capirne le ragioni.

Non vale per tutti però.

E soprattutto mi riporta a questioni su cui rifletto da tempo.

Per esempio, alle polemiche sulla pubblicazione della foto di Aylan, il bimbo siriano morto durante la traversata che avrebbe dovuto salvarlo dalla guerra. “Che c**** di giornalista sei se fai vedere un bambino morto?” hanno scritto pure a me, che la foto l’ho pubblicata su questo minuscolo blogghino per spiegare che quell’immagine aveva un valore più forte di un milione di parole. E serviva a far aprire gli occhi sulla peggiore tragedia umanitaria.

Per esempio, alla puntata di Piazza Pulita con Corrado Formigli alle prese con Simone di Stefano, leader di Casapound, il movimento di estrema destra che a Ostia fa il bello e soprattutto il cattivo tempo. “Non si dà la parola a gente del genere” gli hanno contestato in coro. E invece no, bisogna dargliela la parola, per farne capire la buia follia.

Casi, persone e fatti  distanti anni luce tra loro, che con l’intervista a D’Alema (e a Renzi, Casini, Salvini, Berlusconi, Meloni…) non c’entrano nulla. Ma che indicano, secondo me, che molti di noi hanno “spento la luce”.

Per non dover pensare, riflettere, criticare, chiediamo di non sapere, non vedere.

Per non essere urtati nelle nostre solide convinzioni, chiediamo di non sentire.

E’ così. Detto con grande simpatia, dovremmo fermarci un attimo a pensare che se la politica (e il mondo) stanno andando a picco, la responsabilità non sta da una parte sola. E che è forse di tutti noi, che preferiamo girare le spalle.

***

P.s. E comunque, nella mia vita ho intervistato chiunque. Gente di destra, di sinistra, di centro, di sopra, di sotto. E anche: nel carcere di Huntsville, Texas, un condannato a morte che aveva fatto fuori una mezza dozzina di persone. A Houston Jim Lovell, comandante dell’Apollo 13. A Rostov sul Don lo psichiatra di Andrei Chikatilo, il cannibale che si mangiò 57 tra russi e russe. A Washington addirittura un medico che diceva di aver clonato l’uomo.

Lo giuro e ho i testimoni: la Pisola non ha mai smesso, neppure per un secondo, di volermi bene.

 

 

 

Un pensiero su “Ho intervistato l’uomo nero (e sono diventata un uomo nero anch’io)”

  1. Siamo alla barbarie,e sarà molto lunga la strada per uscirne.intanto,non rassegniamoci e non cediamo alle intimidazioni.
    Io ti sono particolarmente vicino,e tu sai perché
    Ettore

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