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Oggi sono stata ad Auschwitz

Ewa è una ragazza polacca bionda e sottile, ha una sciarpa leggera al collo e lì ha agganciato un microfono che permetterà a noi che la seguiamo di non perdere neppure una delle sue parole.

Ewa è la guida che accompagna me e un altro piccolo gruppo di italiani a visitare i campi di Auschwitz e Birkenau, poco più di 50 chilometri da Cracovia, dove almeno una volta nella vita bisogna andare.

E’ un dovere essere qui, dovrebbero venirci tutti, io ho aspettato troppi anni mi dico mentre entro. Quando passo sotto la scritta “Arbeit macht frei” sento fortissima la tentazione di girarmi e tornare indietro. E’ brutto dirlo ma vorrei proprio andarmene.

Invece vado avanti.

Ewa macina passi e spiegazioni a noi dieci italiani che non ci siamo mai visti prima e mai probabilmente ci incontreremo più, e che poco per volta cominciamo a stare sempre più vicini – se rallenta uno rallentano gli altri, se si ferma una si fermano gli altri – e ci guardiamo smarriti, quasi imbarazzati dal malessere che ci sta crescendo dentro.

Ewa cammina e snocciola date e numeri.

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Auschwitz I, operativo nel maggio del 1940; Auschwitz II, anche chiamato Auschwitz-Birkenau, operativo all’inizio del 1942; Auschwitz III o Auschwitz-Monowitz operativo nell’ottobre del 1942.

Prigionieri: dall’Ungheria 426.000; dalla Polonia 300.000; dalla Francia 69.000; dall’Olanda 60.000; dalla Grecia 55.000; dalla Boemia e dalla Moravia 46.000; dalla Slovacchia 27.000; dal Belgio 25.000; dalla Yugoslavia 10.000; dall’Italia 7.500; dalla Norvegia 690; da altri posti inclusi altri campi di concentramento 34.000.

Condizioni di vita (vita?): impiccagioni, fucilazioni, torture, malattie, fame, freddo, esperimenti medici sui bambini gemelli, camere a gas, camere dove si veniva rinchiusi senza cibo e acqua fino alla morte, camere murate dove si moriva asfissiati, camere dove si era costretti a dormire in piedi e poi ad andare al lavoro.

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Ewa parla e io mi accorgo che non ci guarda mai negli occhi. Ma proprio mai.

Neppure quando riprende uno di noi, che tenta di fotografare, là dove è vietato, la teca enorme che conserva i capelli di tanti mandati a morire appena arrivati. Lo riprende e quasi gli grida: «Cosa te ne fai di questa foto eh? Dimmi, la appendi in camera da letto?». Sì, lei gli grida contro ma non lo guarda in faccia. Grida ma guarda da un’altra parte, e fissa sopra le nostre teste un punto lontano.

Ewa macina passi e spiegazioni e non ci guarda mai.

E allora, nel quarto d’ora di pausa che ci è concesso mentre passiamo da Auschwitz 1 a Auschwitz 2 Birkenau, io mi avvicino e le chiedo perché.

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«Ho paura a guardare negli occhi le persone che accompagno nei campi» mi risponde.

«Capita che qualcuno, a volte, si metta a piangere e, quando vedo qualcuno piangere, non ce la faccio, piango anch’io. Ma non posso, non devo».

«Sono 5 anni che vengo qui tutte le settimane, quasi tutti i giorni, ora smetto per un po’, forse per sempre.

Non lo volevo fare questo lavoro ma mi è venuto naturale, sono nipote di un uomo che ad Auschwitz è stato imprigionato ed è riuscito a uscire vivo.

Era mio nonno e non mi ha mai detto una parola, una sola parola, di quanto gli è accaduto. Da bambina gli prendevo il braccio e gli chiedevo ragione di quel numero che aveva inciso. Lui mi strattonava e se ne andava, muto.

Soltanto dopo la sua morte, mia nonna ha cominciato a spiegarmi quello che oggi racconto a voi. Che è solo una piccola parte della verità, credo. E forse è meglio così. Perché possiamo leggere, guardare film, ascoltare testimonianze dei pochi sopravvissuti oggi ancora in vita, venire a visitare di persona questi luoghi. Possiamo fare tutto questo, ma non riusciremo mai a immaginare che una piccola parte della ferocia che si è consumata qui. Meglio così, credimi. Meglio così».

Ewa riprende a camminare lungo la ferrovia di Birkenau, ci fa passare accanto ai resti dei forni crematori distrutti dai tedeschi poco prima della fuga. Facciamo chilometri, lei parla a noi, che stiamo in silenzio. Fino a quando comincia il buio e la visita finisce.

Ed è solo in questo momento, prima che ciascuno esca e risalga sull’autobus che lo riporterà a Cracovia, che Ewa si ferma e per un momento tace. Resta in silenzio. E poi: «A voi che in vacanza avete deciso, invece di divertirvi, di rivivere la peggiore pagina di storia dell’uomo io dico grazie. Quelli che non ricordano la storia sono destinati a viverla di nuovo. Se siete venuti qui, è per ricordare. Grazie».

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Ci dice grazie Ewa, lei dice grazie a noi. Dice grazie a me. Io quasi non me ne accorgo, ma lei ora mi sta guardando negli occhi.

 

 

 

3 pensieri su “Oggi sono stata ad Auschwitz”

  1. Sono stata ad auschwitz e birekenau giovedi scorso e posso confermare le belle parole di questo articolo , é stata una visita che mi ha lasciato dentro una marea di emozioni che non so descirvere erano diversi troppi tutti assieme ma sono contenta di aver visitato questo luogo di culto nonostante l’aria fosse diversa quasi come se si potesse respirare la tristezza. Ewa raccontava la storia con il cuore e si sentiva nella sua voce un tremolio ed ho pensato fin da subito che grande Donna dev’essere, ricordo finita la visita usciti da birkenau lei e la sua espressione sembrava che stesse soffrendo dopo aver rivissuto tutto per l’ennesima volta.
    Ti ringrazio per aver scritto questo articolo stupendo e per essere riuscita a leggere attraverso gli occhi di Ewa e aver letto il suo cuore .

  2. Sono stato anch’io a li giovedì, bella giornata di sole in un luogo dove appena varchi il cancello respiri tristezza. Sarà tutto quello che sino a quel momento abbiamo visto, sentito, letto su quel luogo che te la infonde, penso. Ma non è così, è come camminare con affianco le anime di coloro che ci hanno vissuto e sono stati fatti morire per il puro gusto di farlo. Mentre camminavo ascoltando Ewa non riuscivo a capacitarmi di quanta crudeltà possano aver avuto i carnefici, persone normali dopotutto, con mogli e figli probabilmente ai quali sorridevano e abbracciavano quando tornavano da loro. Come potevano vivere questa doppia realtà? Il peggiore dei serial killer non credo arrivi a immaginare tanta ferocia. Ho chiesto a Ewa se dopotutto non era meglio finire subito nelle camere a gas che “vivere” privato di tutto sino alla morte, quel tutto non fatto di materialità ma solo della propria dignità di essere umano aldilà di qualsiasi credo religioso o politico. È vero, entrando lasciavi tutto, ti lasciavano solo la speranza di ritrovare i propri affetti, che tutto finisse. Anche in questo erano spietati, ti lasciavano l’illusione di sperare sino a che……ti portavano via anche quella. Credo che chiunque pur andando li non si capaciti di come doveva essere, ha ragione Ewa dicendo “meglio così”. Gli ho chiesto: a volte quando racconti sembri arrabiata. Mi ha risposto che la guerra è difficile da capire ma pensare ai bambini fatti morire perché troppo piccoli per lavorare o di stenti come gli adulti, mi da una enorme tristezza. E ha continuato, io ho tre figli piccoli. È vero, almeno una volta nella vita bisognerebbe vedere quei posti, solo i capelli, le valigie, le scarpe, i vestitini, anche se mostrati in quantità minimale rispetto a quanti saranno stati realmente ti danno tanta pietà per quegli esseri umani. Volevo andare e dire una preghiera per tutti coloro che hanno sofferto in quei luoghi, l’ho fatto nel cortile delle fucilazioni. Non ti viene da sorridere o scherzare nei “campi”, sono grandi cimiteri come ha detto Ewa rimproverando due giovani e stupidi italiani che ridevano seduti su un muretto e che non capendo, ecco perché stupidi, l’anno mandata a quel paese. Lei ha continuato come se i due non fossero mai esistiti e forse è proprio così, persone così è come se non esistessero! Siamo stati fortunati ad avere Ewa come guida.

  3. Bellissimo racconto, anch’io con un gruppo di amici del fotoclub di cui faccio parte abbiamo visitato Auschwitz-Birkenau insieme ad Ewa.
    Le tue parole raccontano le emozioni che abbiamo provato quel 16 Novembre 2013, emozioni che abbiamo cercato di cogliere con delle foto. Non potremo mai dimenticare le parole di Ewa. Abbiamo voluto ringraziare Ewa nel libro che abbiamo creato con le foto e le emozioni di ogni fotografo “VITE SEGNATE VOCI SOSPESE”. La fotografia, lo sappiamo, è un potente strumento di documentazione: questo libro ripercorre in modo coinvolgente i passi di quella visita. Ma la fotografia è anche specchio dell’anima e le intense visioni qui presentate sollecitano emozioni che scuotono la quotidianità. Alcune immagini del libro sono accompagnate da sobrie frasi scritte dagli stessi fotografi. Sono più di una didascalia: è l’osservatore ed interprete che esplora i sentimenti che gli hanno stretto il cuore. Il messaggio affidato a questo emozionante libro di immagini e parole è proprio qui: Auschwitz non sia solo monumento alla Memoria ma irremovibile pungolo di riflessione sul presente e sul nostro agire.
    Ancora grazie a Ewa e grazie a lei Monica.

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