Cinzia e la sua piccola storia che ci fa sentire meno soli

Non è un gran momento questo. Abbiamo di fronte qualcosa che sta crescendo vorticosamente. Non so come chiamarlo: razzismo, oppure odio, o cattiveria, o schifo per l’altro. Capire perché accada è difficile, trovare una strada per superare tutto questo lo è ancora di più, sbattuti come siamo da un vento fortissimo che fa star male. Davvero.

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Storia di Luisa, di un premio che la ricorda e di una città che ha rialzato la testa

Questo pezzo è stato scritto in occasione dell’edizione del premio Luisa Minazzi del 2014. Sono successe tante cose da allora, a partire dalla sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna del proprietario dell’Eternit e lasciato la città in attesa di un nuovo processo che chissà mai se porterà un po’ di giustizia. Anche per questo il premio ha un valore ancora più grande.

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I volti bui della storia e noi, che non siamo più capaci di dire no

Sabato sera è andata in onda in tv una puntata di “Ulisse” che Alberto Angela ha dedicato al viaggio senza ritorno degli ebrei catturati a Roma dalle SS il 16 ottobre 1943 e portati in treno ad Auschwitz e in altri campi di sterminio. Una trasmissione importante che Angela aveva annunciato con un tweet che diceva così: «C’è sempre il rischio che i volti bui della storia riappaiano. L’unico modo per evitarlo è conoscerla, raccontarla».

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E se quegli scheletrini fossero i nostri figli?

«Abbiamo accolto 27 scheletrini. Il più magro pesava 30 chili, la sua gamba aveva lo stesso diametro del mio polso. Uno era tutto e solo orecchie. Un altro non riusciva a camminare perché pieno di dolori. Tre avevano ferite di arma da fuoco ai polsi, ai piedi e alle braccia».

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E se per Asia Argento provassimo un po’ di compassione?

A me Asia Argento fa un po’ pena, nel senso di umana compassione.

E’ una donna che ha più di 40 anni ma ha ancora la faccia cattiva della ragazzina che per difendersi aggredisce. L’espressione rabbiosa di chi urla per sentirsi viva. Lo sguardo disperato di chi in fondo ha capito che varrebbe la pena ricominciare da zero ma non vuole, perché farlo significherebbe ammettere una vita sbagliata.

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